Logo Arte In Transito

La conoscenza sta diventando la base strategica delle città, ciò che fa la differenza tra le diverse città al di là di fattori meramente materiali o dimensionali. E tale conoscenza è sia globale che locale: "La prima è astratta e decontestualizzata, la seconda, invece, è concreta e contestuale, legata cioè allo specifico milieu locale che la produce".

L'integrazione tra i due tipi di conoscenza - globale/astratta e locale/contestuale - deve avvenire al livello intermedio della città, che funge così da sistema "integratore" di diversi sistemi di conoscenza (system integrator).

Le città devono perciò diventare consapevoli e "riflessive", proprio come se fossero dotate di una struttura cognitiva: una specie di cervello sociale. Nel linguaggio di Norman Longworth, "città che imparano".

II futuro tanto delle città globali quanto delle città locali è oggi proble­matico, non essendo più legato alla dipendenza dal proprio sentiero storico: ogni città deve trovare la propria strada nella nuova fase competitiva che si è aperta con la globalizzazione dell'economia e dei mercati.

Dunque, tra i fattori che stanno a fondamento della ricerca di nuove basi di conoscenza ci sono necessariamente processi di apprendimento collettivo e istituzionalizzato.

La città come base di conoscenza ammette modelli diversi. La città europea in particolare, più dotata di fattori di accumulazione storici (le accademie, le università...) e di sistemi regionali di reti urbane e territoriali, può contrastare efficacemente le mega-cities trainate da forze globali, che dominano in America e in Asia.

Dunque, tra i fattori che stanno a fondamento della ricerca di nuove basi di conoscenza ci sono necessariamente processi di apprendimento collettivo e istituzionalizzato:

 

"apprendere, apprendere, apprendere... Significa instillare l'abitudine di imparare nel maggior numero possibile di cittadini e di aiutarli a costruire comunità che siano delle comunità di apprendimento".

 

Gli aspetti di una "città che apprende" (learning cities) possono essere diversi tra loro. C'è chi si sofferma sui temi delle infrastrutture fisiche e tecnologiche, chi sull'occupazione, chi sulla gestione organizzativa e sulla formazione per l'industria e sul capitale umano, chi sui processi di e-learning...".

In realtà,

 

"la learning cities non corrisponde a nessuna di queste configurazioni, ma è una ricca miscela di tutte quante, integrate per liberare quella salutare combinazione di creatività e immaginazione di cui hanno bisogno tutti gli ambienti per progredire verso un futuro prospero e stabile. Lavorando insieme, esse producono un mutamento del paradigma evolutivo nei paesi, nelle città, nelle regioni e nelle comunità".

 

Pensare, dunque, ad una "learning cities" significa pensare ad una città che

 

"va al di là del proprio compito istituzionale di fornire istruzione e formazione a coloro che le richiedono e crea un ambiente partecipativo, culturalmente consapevole ed economicamente vivace attraverso la fornitura, la giustificazione e la promozione attiva di opportunità di apprendimento in grado di sviluppare il potenziale di tutti i suoi abitanti" (Commissione dell'Unione Europea, 2002).

Il passaggio all'era dell'apprendimento chiama , dunque, in causa parole che vanno sottratte al loro uso ormai consumato, ed inserite in un nuovo paradigma conoscitivo.

Creare un "ambiente":

 

"partecipativo" perché una learning city incoraggia i suoi cittadini a contribuire all'idea di città che si intende costruire;

"culturalmente consapevole" perché cittadini orientati all'apprendimento diventano più sensibili sul piano creativo e più attivi;

"giustificativo" perché ciò non avverrà per imposizione dall'alto, ma con il consenso dei cittadini;

"di promozione attiva" perché le idee che si intendono promuovere devono coinvolgere un'elevata percentuale di soggetti per avere successo;

"di realizzazione personale" perché costituisce il fine ultimo dell'apprendimento in quanto sviluppo delle capacità e del potenziale di ciascuno dei suoi abitanti.

 

L'interrogativo che, a questo punto emerge con forza, è se le città, così ridefinite come attori collettivi della conoscenza, potranno "pesare" nei grandi sistemi delle decisioni e delle scelte strategiche - il che è stato sinora possibile solo per gli stati o per le imprese di tipo globale?

Noi riteniamo che per vincere questa sfida la città deve ridefinire le sue forme di governo, tenendo soprattutto conto dei processi di interazione e di connessione nell'epoca della "rete", e della qualità delle risorse umane.

E' innegabile, ormai, che tra i fattori fondamentali dello sviluppo locale il ruolo dell'apprendimento, nonché della costruzione di network istituzionali e di reti fra saperi e competenze presenti sul territorio, e del loro possibile rapporto con i processi economici, sociali e culturali in atto, è assolutamente centrale.

Infatti, "oggi - come ha scritto Aldo Bonomi - si compete attraverso sistemi territoriali, non più soltanto tra imprese: è il sistema territoriale nel suo insieme che compete nella dimensione globale, proprio perché il territorio è diventato quell'ambiente strategico funzionale ad alimentare sia il processo produttivo che la gara competitiva".

Si tratta di tener conto delle modalità nuove attraverso cui una città può trasformarsi in una "learning cities". Essa infatti contiene in sé inimmaginabili potenzialità per costruire sapere, renderlo disponibile, diffonderlo.

Le forme e le modalità stesse dei momenti di apprendimento vanno organizzati tenendo conto dei differenti luoghi e dei diversi soggetti (istituzionali e non) che compongono il cervello sociale di una città. Ma non solo. "E' necessario tener conto anche dei compiti educativi che vanno indirizzati ad un territorio nel suo complesso - compiti che attengono alla promozione e alla realizzazione di sé e degli altri, ma anche alla "cura" verso la letteratura e l'arte, la natura ed il paesaggio, ed in ogni altra direzione che rispecchi la presenza di ciascuno e la sua capacità di contribuire ai luoghi ed ai tempi dell'esistenza".

In altri termini, si rende ineludibile il ripensamento delle politiche indirizzate alla formazione e all'apprendimento, perché - come afferma Anthony Giddens - è mutato ormai il paradigma concettuale che sta a fondamento dell'odierna società. Infatti, il passaggio ad una società compiutamente "post-tradizionale" è stato determinato dalla disintegrazione di alcune componenti fondamentali del modello "welfaristico/keynesiano", che hanno retto le politiche economiche nel corso dell'ultimo mezzo secolo in Occidente.

La prima di queste componenti è il venir meno di un "mercato del lavoro" omogeneo, il cui obiettivo principale, all'interno del paradigma concettuale keynesiano, era rappresentato dal raggiungimento della piena occupazione, e l'affermarsi invece di una situazione di "incertezza", di "precarietà", di "rischio" (per dirla con Ulrich Beck). Questo passaggio ha naturalmente determinato una crisi profonda del cosiddetto "modello tradizionale/consolidato" sul quale si era articolata, a partire dagli anni '70, quella nuova "disciplina professionale" che va sotto il nome di "formazione".

Questo tipo di modello si afferma in una fase storica caratterizzata essenzialmente da "una stabilità istituzionale e normativa", da "sistemi produttivi orientati alle economie di scala", da "competenze professionali di lunga durata".

Ai principi fordisti/tayloristi della prestazione, della normalizzazione, della specializzazione e della spersonalizzazione, si sostituiscono "nuovi rapporti" di cooperazione, comunicazione, scambio; in altri termini, la creazione di un "nuovo spazio culturale per l'intera società, fatto di attività ‘autonome', e ‘fini' liberamente scelti".

Assistiamo così al diffondersi di nuove forme di lavoro autonomo, non più riconducibili alla condizione di lavoro salariato, né alle forme di artigianato tradizionale.

Al contrario, il lavoro non è più vincolato a prodotti standard, a linee rigide e a procedure prestabilite, ma piuttosto mette in campo risorse a volte inesplorate come la creatività, l'interpretazione, la capacità relazionale e linguistica.

Di qui la necessità di sviluppare abilità e competenze cognitive particolari, che richiedono un impegno personale, ma anche la capacità di introdurre nei processi di apprendimento elementi ludici e di scelta selettiva.

Come afferma Pierre Lévy

 

"oggi, il lavoratore tende a vendere non più la propria forza-lavoro, ma la propria competenza o, meglio, la capacità continuamente aggiornata e perfezionata di apprendere e innovare, che può attualizzarsi in modo imprevedibile ed in contesti mutevoli".

 

Questo significa che il capitale sociale e di conoscenza è assolutamente centrale per pensare a nuovi possibili sviluppi del "cervello" della città.

 

La nostra proposta tende alla valorizzazione dei saperi già presenti nella città, ma nel contempo, pensa a modalità costanti di arricchimento e riqualificazione.

Una città che apprende è una città che sa accogliere dentro di sé le trasformazioni e sa proiettarsi consapevolmente verso un futuro liberamente scelto.

 

 

Worskshop

diretto da Franco Purini

Potenza luogo dell'innovazione.

La cultura come energia primaria della città

nell'età della globalizzazione

Potenza, 18 - 27 maggio 2009

Ecosfera - Ridotto Teatro "F. Stabile"

 

Prima di tutto mettersi alla prova, tentare di progettare il futuro, questo è quanto si chiede ad un gruppo selezionato di studenti, giovani architetti ed ingegneri della Basilicata. Gli allievi saranno chiamati a misurarsi con una zona della città di Potenza - la vecchia area industriale dismessa dell'ex Cip zoo - per pensarla come città dei saperi e della cultura, secondo i parametri della sostenibilità.

Le varie proposte progettuali saranno discusse in incontri pubblici.

 

Il workshop prevede lezioni (anche pubbliche) di Paolo Colarossi, Jorge Pinto, Livio De Santoli, Margherita Petranzan, Benedetto Gravagnuolo, Francesco Moschino.

 

 

 

Worskshop

con i Topotek 1 / Berlino

Paesaggi temporanei

per un nuovo sguardo sulla città

Potenza, 16 - 18 giugno 2009

Sala dell'Arco - Ridotto Teatro "F. Stabile" - Ecosfera

 

Come l'architettura effimera, e le installazioni, l'utilizzo temporaneo degli spazi, i paesaggi e i giardini (al confine tra arte ed architettura) possano inserire segni all'interno della città per una sua percezione più consapevole ed esteticamente significativa, è il filo conduttore del workshop. Esso porterà alla progettazione e alla realizzazione di un "Treno botanico", ovvero di un giardino mobile, in collaborazione con le FAL (Ferrovie Appulo-Lucane), per sottolineare i problemi della mobilità e l'utilizzo della "metropolitanina" della città di Potenza.

 

La selezione ai workshop avverrà tramite appositi bandi.

Ministero per i Beni e le Attività Culturali Regione Basilicata Associazione Basilicata 1977