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Noi abitiamo la città, ma questo nostro abitare è prima di tutto un sentirsi a casa, "ospitati da uno spazio che non ci ignora, tra cose che dicono il nostro vissuto, tra volti che non c'è bisogno di riconoscere perché nel loro sguardo ci sono le tracce dell'ultimo congedo".

 

Il corpo è ciò che ci consente l'originaria apertura al mondo, alla sua verità, al suo senso, che non è mai al di là di ciò che percepiamo. E, quindi, come afferma Husserl, il nostro corpo è nella verità, essendo l'evidenza "l'esperienza della verità".

Ma il corpo è anche intenzionalità, ossia un dirigersi verso il mondo per progettarlo in una sorta di co-appartenenza con gli altri. Noi siamo nel mondo in relazione con gli altri. Hanna Arendt, nel suo Vita activa, parla della polis come metaxy, ossia come "tra", "infra", "in-between". La città è un "bene relazionale".

Lo stesso Nancy pensa la comunità come un essere-in-comune. "Una dimensione che non è derivata da un processo sociale, ma è originaria, perfino "archi-originaria": il nostro essere-in-comune sta cioè all'inizio, il nostro singolare significa essere-con".

In questo essere-con nel-mondo, il corpo gioca un ruolo assolutamente centrale. Infatti, "tutte le cose sono al mondo, ma il corpo è al mondo come colui che ha un mondo; come colui per il quale il mondo non è solo il luogo che lo ospita, ma anche e soprattutto il termine in cui si proietta".

In altri termini, essere-nel-mondo significa per il corpo sfuggire all'assedio del mondo per abitare il mondo, fuggire dal proprio essere in mezzo al mondo per averlo come luogo d'abitazione da progettare continuamente.

Da questo punto di vista, è interessante il rapporto che Umberto Galimberti ha evidenziato tra corpo e danza:

 

... siccome non vive il corpo come antagonista dell'anima, la danza, con la semplicità del suo gesto, dissolve il tratto disgiuntivo con cui la ragione procede opponendo il vero al falso, il bene al male, il positivo al negativo, l'alto al basso, per richiamare quel­l'ordine simbolico (nell'accezione greca di syn-ballein) da cui pro­veniamo e che ancora ci abita come fondo abissale in cui la co­scienza cerca di gettare la sua pallida luce.

Nella danza, infatti, il corpo incarna le produzioni del senso simbolico o per confermarle nella ritmicità rituale, o per dissol­verle nella frenesia orgiastica. Ciò è possibile perché nella danza il corpo abbandona i gesti abituali che hanno nel mondo il loro campo d'applicazione, per prodursi in sequenze gestuali senza intenzionalità e senza destinazione che, nel loro ritmo e nel loro movimento, producono uno spazio e un tempo assolutamente nuovi, perché senza limiti e senza costrizioni.

Perdendo l'aderenza alle cose del mondo, nella danza ogni gesto diventa polisemico, ed è proprio in questa polisemia che il corpo può riciclare simboli, può confonderli o addirittura abolirli. Liberandosi nella pura gestualità non intenzionata, il corpo del danzatore descrive un mondo che è al di là di tutti i codici e di tutte le relative iscrizioni, perché nella danza l'unico segno visibile è quello in cui il corpo iscrive se stesso tra la terra e il cielo.

 

All'interno di questo ragionamento, si colloca la sezione dedicata al rapporto corpo/danza/paesaggio urbano, presentando in anteprima nazionale il nuovo spettacolo della Compagnie Retouramont, "Danse des Cariatides. Danse vertical en camera subjective".

In particolare, il rapporto tra danza e città è stato più volte sottolineato a partire dalla dialettica che si crea tra la "plastica animata dei corpi in movimento" e la "statica" - comunque vibrante - dell'architettura della città. Attraverso il corpo e la sua ritualità ritmica e ludica, la danza pone domande imbarazzanti alla frenetica attività utilitaristica e finalizzata che la circonda. Carlo Sini ha scritto che l'incanto del ritmo è "quel tornare eternamente indietro al principio che apre al futuro... Non è un modello teorico, ma una provocazione a vivere".

E' il ritmo del nostro respiro, il ritmo del battito del nostro cuore, il ritmo sogno/veglia, il ritmo sazietà/fame, il ritmo del coito, il ritmo che nella vita intrauterina scandisce la prima figura del tempo.

La danza, da questo punto di vista, è una sfida critica a quella qualità della vita che quotidianamente si esprime nel gesto ormai privo di significato.
Utopicamente, essa rappresenta il "tentativo di sabotaggio dall'interno dei meccanismi vitali della macchina-città", e, al tempo stesso, è un "cercare nel suo ventre pulsante e troppo spesso indifferente, un rifugio protettivo per quelle attività espressive che troppo spesso languiscono nel chiuso e nel rifiuto dei teatri inospitali. (...)".

Del nuovo spettacolo, il coreografo Fabrice Guillot, grande inventore, ha scritto:

 

Un semplice movimento della testa di queste donne (le Cariatidi) che reggono l'architettura, farebbe danzare i muri.

Abbiamo sempre giocato a volteggiare sul posto, talvolta abbiamo afferrato la sensazione di far girare il mondo.
Ritrovo questa sensazione su un muro, il mio passo sposta questo enorme oggetto, il mio salto lo lancia a distanza, il mio volteggio indietro fa girare l'orizzonte intero.
Questa percezione non è il frutto di un egocentrismo folle. (Del resto), è nel momento in cui mi dimentico di me che questa immagine si produce. Il muro incomincia a danzare quando sono ancorato, abitato dal mio movimento interiore, pienamente cosciente del mio supporto.
Quando capovolgo la testa in basso, rovescio la gravità del mondo.
Ministero per i Beni e le Attività Culturali Regione Basilicata Associazione Basilicata 1977